maggio 25, 2016

Pillole di Linguistica Cinese

La lingua cinese appartiene alla famiglia delle lingue sino-tibetane ed è classificata a livello morfologico, come una lingua isolante[1].

Essa è essenzialmente basata sui morfemi[2] che nel 90% dei casi corrispondono ai caratteri e alle sillabe; tuttavia non si può sostenere che questa lingua sia totalmente monosillabica in quanto esistono alcuni morfemi polisillabici costituiti per lo più da prestiti provenienti da lingue straniere per esempio: 葡萄 pútao (uva – dal greco botrus); 吉普 jípǔ (jeep – dall’inglese); 阿司匹林 āsīpǐlín (aspirina – dall’inglese). linguistica

A livello di parola invece in cinese moderno il bisillabismo è molto ricorrente, al punto che – non essendo la lingua scritta dotata di spazi grafici che delimitino le parole – può alle volte risultare complesso stabilire se due caratteri ravvicinati vadano considerati separatamente o come componenti di una singola parola.

Questo perché molto spesso i composti cinesi sono formati da “radice + radice”, quindi, entrambi i morfemi sono portatori d’informazioni semantiche.

Il significato della parola composta sarà affine, sebbene non del tutto sovrapponibile, a quello delle sue parti: ad esempio 飞机 (fēijī) è un composto di “volare”+ “macchina” ma significa “aereo”.

Caratteristica fondamentale della lingua cinese è il suo essere tonale, ossia possedere quattro toni differenti che determinano la lunghezza e l’altezza dei suoni dei gruppi vocalici presenti all’interno di ogni sillaba[3]. I toni hanno carattere distintivo, infatti una stessa sillaba pronunciata con un tono diverso assume un significato differente.

Le sillabe del cinese moderno contano 400 unità che, differenziate dai quattro toni, danno vita a un totale di 1200 suoni sillabici. Si deve tuttavia tenere presente che non tutte le sillabe si articolano in tutti e quattro i toni.

Per quanto riguarda invece i caratteri, il Grande Dizionario della Lingua Cinese (汉语大词典 hànyǔ dà cídiǎn) ne contiene 56 mila, anche se quelli più comunemente utilizzati sono circa 5800.

Da quanto appena illustrato emerge un altro tratto fondamentale del cinese: l’omofonia. La maggior parte delle sillabe è associata a molteplici morfemi secondo una corrispondenza non biunivoca, perciò ad una singola sillaba modulata con lo stesso tono corrispondono molti caratteri diversi.

Si è già definita la lingua cinese come una lingua isolante; ciò comporta la totale assenza, al suo interno, di declinazioni in termini di genere, numero e marche di caso e di coniugazioni verbali (tempi e modi) tipici delle lingue flessive[4].

Sebbene non vi siano tempi verbali, la lingua cinese presenta alcune particelle aspettuali a cui si può ricorrere per enfatizzare un evento o un’azione già compiuti e terminati (了 le), un’esperienza fatta almeno una volta nella vita (过 guo) o qualcosa che avverrà in tempi brevi o brevissimi (将 jiāng).

Non vi è traccia, inoltre, di espliciti nessi sintattici tra le varie parti di un enunciato e se essi non sono strettamente necessari, la loro espressione viene affidata alla pura sequenza delle unità. Per esempio se due persone compiono la stessa azione all’interno di uno stesso enunciato i due soggetti e i due verbi verranno semplicemente giustapposti, come emerge dall’esempio sotto:

(1)

cinese: 你去我也去
glossa lett. tu andare io anche andare
trad. Se ci vai tu, ci vado anche io

Inoltre la lingua cinese non dispone di articoli, né determinativi né indeterminativi; possiede tuttavia un sistema diverso rispetto a quelli cui si è abituati in Occidente per la quantificazione. In cinese un numero non può, a parte alcune sporadiche eccezioni, essere seguito direttamente dal sostantivo a cui si riferisce, tra i due deve essere interposto un classificatore.

Le parole della Biasco (2003) sembrano dare una giusta rappresentazione del fenomeno:

(…) non esiste nelle lingue a noi più conosciute nulla di equiparabile, possiamo dire che i nomi, nella lingua cinese, privi di genere e di numero, sono stati tuttavia progressivamente classificati in base al loro aspetto, alla loro forma, al loro uso ecc. e quindi raggruppati sotto un certo numero di classificatori per quantificarli.

(Biasco, 2003:62)

I classificatori sono tutti monosillabici e hanno spesso una stretta relazione con la forma dei sostantivi cui si riferiscono.

Si prenda ad esempio 条 (tiáo): quando esso ricorre in funzione di sostantivo copre un’area semantica corrisponde più o meno all’italiano “striscia, oggetto stretto e lungo”; quando ha ruolo di classificatore viene si utilizzato, tra le altre cose, anche per “fiume” (河 ), quindi “un fiume” in cinese si dirà 一条河 “uno + class. tiáo + fiume”. È evidente che la ragione per la scelta di tale classificatore per il sostantivo fiume sia da riscontrarsi nella sua forma nella maggior parte dei casi stretta e allungata.

È da tenere presente che i classificatori, quando utilizzati come tali, spesso perdono il loro significato originario e servono per unire numero, dimostrativo o interrogativo e il nome che li segue.

Alle volte tuttavia alcuni di essi mantengono il loro valore semantico di partenza che va ad aggiungersi alla funzione di classificatore creando un fenomeno più complesso.

Per esplicare tale situazione ricorrere ad un esempio pratico appare la modalità più efficace.

Il classificatore 套 (tào) porta con sé il valore semantico di “un set, una serie di cose dello stesso tipo” anche quando è in funzione di classificatore perciò può essere utilizzato per classificare gruppi di oggetti che quando occorrono come singoli pezzi fanno ricorso a un altro classificatore.

Un esempio di tale fenomeno è quello riportato nella frase che segue:

(2)

Cinese 一个茶碗
glossa lett. Uno + class. GE + tè + ciotola
trad. Una tazza da tè
Cinese 一套茶碗
glossa lett. Uno + class. TAO + tè + ciotola
trad. Un set di tazze da tè

L’esempio mostra chiaramente come quando si tratti di una sola tazza di tè si utilizzi il classificatore generico, mentre semplicemente sostituendo quest’ultimo con tao e lasciando invariato il resto della frase si ottiene [un set di tazze da tè].

[1] “La parola tende ad essere formata da un solo morfo: ciò significa che essa è priva di struttura interna, parola e morfo tendono a coincidere e i morfi ad essere tutti liberi. Il termine isolante si riferisce alla tendenza di queste lingue a ‘isolare’ ciascuna parola rispetto alle altre, cioè a non dare segnali morfologici delle relazioni tra loro. (…) Il ruolo delle parole nell’enunciato è quindi segnalato solo dalla loro posizione (…)” (Simone, 1990/2004:190-1 corsivo dell’autore).

[2] In linguistica indica l’unità minima di significato, il livello successivo a quello morfologico è la sintassi, tuttavia tra l’analisi del morfema e quella del sintagma vi è il livello della parola, sebbene sulla definizione di quest’ultima vi siano innumerevoli dibattiti tra gli esperti.

[3] Le sillabe cinesi sono composte da una consonante detta iniziale (non obbligatoria), da una finale costituita da un gruppo vocalico a cui si possono aggiungere due gruppi consonantici n e ng e da uno dei quattro toni, sebbene esistano anche delle sillabe atone. (Masini et alii, 2006).

[4] Le lingue appartenenti a questa categoria sono caratterizzate dal fatto che i morfemi liberi sono molto scarsi; ogni singolo morfo può portare molte informazioni, perciò ogni morfo lessicale deve dotarsi, per diventare una parola, di una flessione, ossia un affisso variabile. A questa tipologia appartengono, per eccellenza, le lingue indoeuropee. (Simone, 1990/2004).

Pillole di lingua cinese
Ilaria Tipà
About Ilaria Tipà

Sono un'interprete di conferenza e una traduttrice, ma ancor più sono una persona che vede nel lavoro che svolge la realizzazione di un sogno e che lo svolge con passione e con la volontà di costruire ponti di collegamento tra mondi diversi. Quello per la Cina è stato un amore nato per caso, ma che è diventato protagonista e parte integrante e fondamentale degli ultimi dieci anni della mia vita.

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