giugno 5, 2016

La Simultanea con una Lingua Non Indoeuropea

Universali o Specificità Linguistiche?

 

Chinese and European stocks of cultural referents, which form the backdrop of all the thought and discourse, evolved separately over centuries from entirely different cosmogonies, generating parallel worlds of astronomy and mythology, different elemental, animal, plant, number, color and anatomical symbolisms as well as different histories of art, science, religion, all of which are alive and well in the Chinese and European languages today.

(Setton, 1993:143)

L’interpretazione a partire da una lingua non indoeuropea quindi tra due lingue sintatticamente e grammaticalmente distanti e sviluppatesi in contesti culturali molto dissimili mette in crisi “la visione dell’interpretazione come una capacità indipendente non solo dalle lingue coinvolte, ma anche dalle coppie di lingue interessate” (Gatti, 2003:385).

Tale visione – elaborata e sostenuta dalla Scuola di Parigi[1] all’interno degli Interpreting Studies attraverso l’ipotesi dell’universalità del processo d’interpretazione – viene messa in discussione quando le lingue coinvolte appartengono a sistemi completamente diversi e posseggono caratteristiche e strutture lontane le une dalle altre.

Nel paragrafo che segue si tenta dapprima di sintetizzare le teorie dell’ESIT School di Parigi per sottolineare i limiti che la validità dell’ipotesi dell’universalità presenta se applicata a lingue non facenti parte della famiglia indoeuropea. In seguito si passa all’introduzione del concetto di direzionalità e alla sua rilevanza nel contesto sinofono.

La théorie du sens

 

La théorie du sens o “teoria interpretativa dell’interpretazione” (Interpretative Theory of Interpreting ITI) è la denominazione ampiamente utilizzata per riferirsi all’approccio sviluppato durante gli anni sessanta dalla Scuola di Parigi e dalle sue maggiori esponenti Seleskovitch e Lederer riguardo al processo interpretativo[2].

Secondo gli autori di questa scuola di pensiero tale processo si articola in tre fasi:

  • Comprensione: In cui l’interprete analizza e comprende le parole dell’oratore grazie a un eccezionale controllo della lingua di partenza e conoscenze sufficienti del tema trattato (Seleskovitch 1978).
  • Deverbalization: ossia “the immediate and deliberate discarding of the wording and retention of the mental representation of the message” (Seleskovitch 1978:9) in modo tale che il messaggio torni, nella mente dell’interprete, ad uno stato pre-verbale simile a quello in cui era nella mente dell’oratore prima di essere pronunciato.
  • Espressione: L’interprete in questa fase riformula “spontaneamente” il messaggio nella lingua d’arrivo e nel farlo viene “stimulated solely by the clarity of the idea which has become his own” (Seleskovitch 1978:9) senza alcun riferimento al pacchetto linguistico in cui essa era espressa in lingua originale.

Quindi, la teoria “interpretativa” della Scuola di Parigi sottolinea come l’IS non sia un semplice processo di code-switching ad alta velocità che implichi un passaggio dalla lingua di partenza a quella d’arrivo con l’ausilio di un dizionario mentale, ma un’operazione tripartita in cui il senso del discorso viene prima compreso, quindi interiorizzato dall’interprete che si pone come ascoltatore attivo, ed infine riformulato spontaneamente nella TL che dovrebbe essere, secondo la Scuola di Parigi, la lingua madre dell’interprete.

L’ipotesi dell’universalità 

L’ipotesi dell’universalità presuppone che il processo interpretativo non vari mai, a prescindere dalle coppie di lingue utilizzate.simultanea cinese

Essa è strettamente collegata all’elaborazione del modello a tre fasi (crf. p. 22): infatti, visto quanto si ritiene abbia luogo nella fase di deverbalization, le lingue coinvolte nel processo interpretativo sembrano giocare al suo interno un ruolo essenziale; utilizzando le parole della stessa Seleskovitch (1978:98) “what the interpreter says is, in principle, indipendent of the source language.”

Da quanto appena affermato l’ipotesi dell’universalità si può riassumere in tre punti, come suggerito da Dawrant (1996):

  1. ogni affermazione in ogni lingua di partenza può essere tradotta in ogni lingua d’arrivo senza impedimenti;
  2. le differenze tra le SL e le TL non contribuiscono alle difficoltà riscontrate nell’interpretazione;
  3. nessuna coppia linguistica è intrinsecamente più o meno difficile delle altre.

Quest’ultimo assunto appare particolarmente volto ad evitare che si creino situazioni in cui interpreti non esperti o non preparati a sufficienza possano chiamare in causa la difficoltà della loro combinazione linguistica per giustificare una performance scadente. Ci si dovrebbe chiedere tuttavia se sia davvero così, se si possa davvero parlare di universalità di fronte alle chiare specificità linguistiche.

Davvero universale? Le specificità linguistiche

However universal the workings of a competent interpreter’s brain might be in processing information, local conditions at both ends of the process significantly alter the overall picture.

(Setton, 1993:240)

L’ipotesi dell’universalità è basata su una consistente mole di studi sull’interpretazione e sui risultati a cui i ricercatori sono giunti grazie ai loro esperimenti condotti avvalendosi di corpora di dati ed esperienze collettive. Tuttavia, in questo contesto appare indispensabile ricordare e sottolineare che tali esperimenti siano tratti e per logica conseguenza applicabili – come evidenziato anche da Setton (1993) – esclusivamente all’interpretariato di conferenza in contesto europeo che avviene tra lingue appartenenti se non allo stesso sottogruppo delle lingue romanze o germaniche, quantomeno, alla grande famiglia delle lingue indoeuropee.

Per questa ragione ci si trova d’accordo con Setton nel ritenere l’ipotesi dell’universalità quantomeno incompleta e non considerabile, a discapito del suo stesso nome, universale essendo basata su dati attinenti in modo esclusivo al mondo europeo.

Seleskovitch arriva ad affermare che gli interpreti lavorano tra lingue invece che tra culture:

Everything that is said in one language can be expressed in another, provided that the two languages belong to societies which have attained comparable levels of development. (…) words are only untranslatable when their cultural referent does not yet exist in the society using the target language.

(Seleskovitch, 1968 in Setton, 1993:243)

Le parole di Seleskovitch sembrano non tenere conto del fatto che potrebbero esservi, com’è il caso di quella cinese se messa in relazione alla cultura occidentale, culture che hanno raggiunto nel tempo un uguale livello di complessità, ma seguendo strade diverse. Tuttavia, quanto ella afferma riguardo la non traducibilità di alcuni elementi si applica perfettamente a queste coppie “miste”: molto spesso all’interno della lingua cinese figurano espressioni che hanno come referenti entità o concetti del tutto assenti nella cultura occidentale in senso lato, al punto che alcuni questi termini vengono semplicemente traslitterati e utilizzati ad hoc nelle lingue europee per veicolare concetti altrimenti completamente non presenti. Ne sono degli esempi le parole yin e yang o fengshui, tutte strettamente legate alla cultura e alla filosofia cinese e perciò non traducibili in altro modo in lingue che non sono ad essa collegate. Il medesimo fenomeno si manifesta nella direzione inversa quando sono, cioè, elementi della cultura europea e ancor più spesso della religione cristiana a dover essere trasposti e trasportati all’interno dei caratteri cinesi.

Le specificità linguistiche: un primo sguardo alla lingua cinese

 

Un approccio che si basa fortemente sull’ipotesi dell’esistenza di ostacoli importanti e di specificità dovute proprio alle caratteristiche della lingua cinese è quello adottato dalla Beijing School[3] e dai libri di testo al suo interno utilizzati.

È proprio uno di questi ad affermare che la difficoltà nell’interpretare dal cinese all’inglese venga esasperata dal fatto che vi sono “enormous differences in syntax, grammar, way of expression, etc. between our mother tongue [Chinese] and English.” (Zhong, 1984: 225 citato in Dawrant, 1996:43).

La Beijing School ha scelto un approccio basato sul senso (meaning-based) ritenendo che una buona interpretazione non sia la rapida traduzione di porzioni di lingua di partenza in altri corrispondenti in lingua d’arrivo ma un processo di costruzione attiva del significato nell’output.

Essa quindi ad un primo sguardo sembra concordare con la ESIT School per quanto concerne la théorie du sens in senso stretto, tuttavia la grande differenza tra i due approcci risiede nel fatto che la prima, a differenza dell’ultima, riconosce la necessità di tale approccio alla luce delle differenze strutturali e delle difficoltà che emergono nell’interpretare dal cinese.

Anche Setton (1993) sostiene che vi sono, alcune caratteristiche morfologiche della lingua cinese comportano un aumento delle difficoltà all’interno del processo d’IS, sebbene esse non diano vita, di per sé, a problemi di comprensione.

Tale tesi appare, agli occhi di chi ha avuto modo di guardare la lingua cinese da vicino, del tutto fondata e condivisibile, per questa ragione nelle ultime due sezioni del capitolo si affrontano, una dopo l’altra, alcune di tali caratteristiche e si forniscono delle possibili strategie per affrontarle in IS.

 

[1]Ecole Supérieure d’Interprètes et de Traducteurs (ESIT)

[2] La ITI è stata molte volte criticata e attaccata perché appare priva di basi scientifiche e sembra essere di natura speculativa (Gile, 1990), tuttavia essa rimane molto influente negli Interpreting Studies e rappresenta uno studio pioneristico con fini principalmente didattici.

[3] Viene utilizzato il nome abbreviato della Graduate School of Translation and Interpretation 高级翻译学院 della Beijing Foreign Studies University 北京外国语大学.

 

Simultanea-Mente: Interpretare in Simultanea ,
Ilaria Tipà
About Ilaria Tipà

Sono un'interprete di conferenza e una traduttrice, ma ancor più sono una persona che vede nel lavoro che svolge la realizzazione di un sogno e che lo svolge con passione e con la volontà di costruire ponti di collegamento tra mondi diversi. Quello per la Cina è stato un amore nato per caso, ma che è diventato protagonista e parte integrante e fondamentale degli ultimi dieci anni della mia vita.

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